Max Gazze' live at The Whisky a Go Go in Hollywood and in Los Angeles Oct 2016

Max Gazze’ live at The Whisky a Go Go in Hollywood and in Los Angeles Oct 2016

Testo e foto di Armando Gallo
Los Angeles, ottobre 2016.

Non sapevo nulla di Max Gazzè quando ho ricevuto una email che mi invitava a vedere il suo concerto al Whiskey a GoGo. L’artista romano si sarebbe esibito con la sua band nel leggendario club di Sunset Blvd, tappa californiana di un mini-tour speciale di una dozzina di città tra America, Canada, Giappone e Cina. Max Gazzè si è stato una piacevolissima sorpresa per la sua tranquilla naturalezza con la quale ha coinvolto il pubblico del Wiskey in un intimo concerto. Alla fine della serata lo storico locale che ha visto i piu’ grandi del rock, dai Doors a Jeff Beck si era trasformato in un salotto dove la band e il pubblico era diventato uno. Tempo di cambiarsi la maglietta e il cantante e la band sono scesi in sala a chiaccherare e far selfies con i fans italiani e i loro amici americani che erano venuti a scoprirlo. Il concerto era iniziato alla chetichella, ma l’ultima mezz’ora la band ha innescato la quarta, uno starordinario crescendo, culminato nel bis, una canzone cosi’ orecchiabile e con un testo cosi’ allegro e positivo che quando e’ arrivato il mio turno di incontrare Max gli ho chiesto subito il titolo, “Sembra una canzone da suonare tutte le mattine quando uno si sveglia” gli ho detto.
“Si intitola, La vita com’è.” Mi ha risposto lui regalandomi un simpatico sorriso. Gli ho chiesto subito di berci un caffe il giorno dopo, prima della sua partenza per Tokyo e Shangai. Il suo approccio musicale era davvero originale e il suo talento mi incuriosiva. Quando sono tornado a casa e ho cercato il brano, La vita com’è, su Youtube sono rimasto di sasso: il video della canzone saltava fuori con 27,106,556 views! 27 milioni in Italia sono paragonabile a 270 milioni di views di un artista Americano, perbacco. Avevo forse fatto la parte dell’ignorante, ma ora ero ancora piu’ curioso di sapere tutto su Max Gazzè e il suo approccio con la musica. Sul palco avevo visto un artista che amava coinvolgere il pubblico e condividere la canzone con l’intera platea. Ero curioso di sapere la sua visione della musica.

Il giorno dopo ci siamo visti per un caffè, che è diventata una cena che è diventata una serata acustica dove la band ha cantato Sotto casa attorno al fuoco, che e’ diventata una chiaccherata inoltratasi nella notte losangelina sotto lo sguardo dell’Osservatorio di Griffith Park. Abbiamo parlato di musica, di pittura, di canzoni e di poesie, di figli e di mogli, ma alla fine di quei sogni che devono ancora avverarsi.

Max e’ un ragazzo cinquantenne, un artista che ama alcuni dei miei amici come Peter Gabriel, Sting e Battiato e questo ci ha aiutati a entrare subito in sintonia.

La sera prima al concerto del Whiskey ad un certo punto la band aveva smesso di suonare e la platea ha iniziato a cantare la canzone, mentre Max li accompagnava al basso. Bellissima situazione.

Come mai hai scelto il basso come strumento?
Tutta colpa di mio cugino e le sue lezioni di pianoforte. (ride) Ero affascinato dalle note basse del pianoforte, quelle che rimbombavano.

Raccontaci?
Ero bambino e mio cugino più grande di me che abitava al piano di sopra suonava il pianoforte. Quando faceva lezione mi mettevo nella stanza sottostante e l’ascoltavo. In realta’ ascoltavo le risonanze. Quando finiva correvo da mia zia e le chiedevo se potevo toccare il pianoforte.

Quanti anni avevi?
Avevo 8-7 anni. Ero affascinato dalle armoniche. Ora so che si chiamano armoniche, ma allora pigiavo su un tasto e per ore stavo li’ ad ascoltare il suono che si allungava verso l’infinito. Ancora oggi impiego giornate intere nei suoni. Magari scrivo la canzone in pochi minuti, ma riesco a perdermi in un suono che entra nella canzone solo per pochi secondi. Per esempio, dentro l’arrangiamento di La vita com’è ho delle carogne di suoni che mi hanno messo alla prova per giorni.

Quindi le cuffie sono consigliabili per ascoltare le tue canzoni?
Direi di si. C’è un intero dipinto in tutte le mie canzoni.

Musica o pittura?
La pittura e’ la mia prima grande passione. Ho dipinti molti quadri, ho anche fatto delle mostre quand’ero piu’ giovane. Ho incontrato mia moglie proprio quando lavorava per Mario Schifano e frequentavo molti pittori a Roma. I soldi dei primi concerti li spendevo in tele e colori. Facevo cose diverse, nei barattoli di acrilico ci mettevo il gesso e la polvere d’oro. Poi ho scoperto che anche Battiato usava i fogli di oro zecchino, caratteristiche che poi ti accomunano.

E la musica?
Per me la musica e’ ovunque. Questo universo e’ una sinfonia di frequenze e il cervello le interpreta come suoni. La canzone e’ un altro aspetto della musica che ha una vastita’ enorme.

Dov’è il posto dove senti la musica piu’ bella?
La musica piu’ bella la senti quando sei in una condizione di beatitudine legata al momento che stai vivendo. La musica nasce spontanea quando ci sono dei momenti, che so – quando sono coi miei figli. Sono in un momento ovattato, surreale, di benessere, di amore.

C’è musica anche nella sofferenza?
Tante volte ho composto nella sofferenza, ma dopo averla elaborata. Non puoi farlo prima. A volte nella sofferenza esce la miglior musica. L’inferno della Divina Commedia di Dante è più invitante del Paradiso non perchè siamo diabolici, ma perchè c’è qualcosa di atavico nella sofferenza dell’essere umano. Per esempio Digging In The Dirt di Peter Gabriel, Scavare nella sporcizia e’ meravigliosa. Dall’altra parte c’e’ In Your Eyes, Nei tuoi occhi, composta in beatitudine. Sono entrambe meravigliose. Amo tutto di Peter Gabriel.

Cosa significa per te la musica come forma di espressione ed ispirazione?
Tutte le forme di arte sono delle espressioni, un tentativo di tradurre un linguaggio che viene colto da colui che in quel momento sta in percezione con uno stato di arte. La percezione non ha bisogno di ragionamento. Ecco perche’ la musica e’ immediata. La musica e’ una forma piu’ antica di comunicazione. Ha un processo alchemico che fa sì che il mio cervello produce delle enforfine che chiamo emozioni. Come musicista questo momento di ispirazione lo traduco attraverso dei suoni e quindi l’artefatto, la musica che io compongo serve come strumento di trasporto che fa si che quando tu l’ascolti possa emozionarti.

Sei dislessico, quindi hai avuto problemi a leggere la musica in spartito?
Sempre. A tutt’oggi vedo figure e non note. Lo spartito per me e’ un quadro geometrico. Il mio approccio istintivo con la musica e’ stato legato a una forma di pittura nella musica che io identificavo nei colori che provenivano da quel pianoforte di mio cugino. Quando poi sono andato io a lezione di pianoforte la mia maestra, una signora anziana se ne accorse per caso che non sapevo leggere.

Come l’ha scoperto?
Stavamo facendo un saggio, suonando a quattro mani e gli spartiti caddero per terra e mentre lei si inchinava a tirarli su io ho continuato a suonare. Suonavo ad orecchio, il che mi faceva geniale, ma ai miei tempi essere dislessico ti faceva andare dietro la lavagna, l’asino.

Quando ti sei sentito musicista?
Da sempre. I miei si erano separati e nel 1980 sono andato ad abitare con mio padre a Brusselles, il quale ricopriva la carica di Presidente del Consiglio della Unita’ Europea, Benito Gazzè. Puoi fare quello che vuoi a 50 anni, ma a 13 dovevo andare a scuola, ma ho sempre suonato con i miei compagni della scuola Europea. Avevamo una band e spesso andavo a fare jams con altri musicisti. Poi sono scappato di casa a 18 anni. Mio padre e i suoi amici non mi avrebbero mai accettato come musicista.

Chi ti ha dato la spinta per credere nel tuo talento?
Varie situazioni. Non era semplice. A volte tornavo a casa da quelle jam session con stato d’animo a pezzi perchè non ero riuscito a comunicare. Una sera suonai con il bassista di Miriam Makeba. Suonavo il basso senza tasti e iniziammo a parlare di Jaco Pastorious, Ron Carter, Charlie Mingus che erano i miei idoli. Ci capimmo e per me fù una serata molto importante. Con la band andammo a Londra, avevamo un contratto con l’Elektra, suonavamo ovunque, a Londra, Francia, Belgio e per due anni abbiamo fatto base ad Antibbe, nel sud della Francia.

Quando sei tornato a Roma?
Nel 91-92 dopo una parentesi in Romania dove dipinsi intensamente per 6 mesi. L’Elektra non aveva funzionato e ci sparpagliammo per l’estate, ma dopo la Romania tornai a Roma come pittore.

Qui entra in scena tuo fratello, il poeta?
Lui era piu’ matto di me perchè usava la metrica come suoni. Perfino le consonanti dovevano rimare, così pensai di musicare le sue poesie… Ero affascinato perchè eravamo sulla stessa onda.

And the rest is history. E il resto è storia, si dice, giusto?
Il mio primo successo e’ arrivato con il secondo album, in concomitanza con l’arrivo del mio primo figlio, nel 1998.

Quanto e’ importante per te la famiglia.
La famiglia e’ un riferimento importante per me. Infatti la separazione, avvenuta nel 2010 con una bambina di 5 anni, l’altra di 7 e un bambino di 12 e’ stata dura perche’ per me era una sconfitta, venendo da una famiglia di separati. Per me e’ stato un momento molto difficile della mia vita, la separazione, perchè mia moglie se ne andata di casa portando via i bambini. Per una serie di motivi ho fatto degli errori io e sicuramente non ho colto dei segnali che hanno portato poi lei a fare delle scelte così drastiche. Un consiglio che do agli uomini: non dare mai per scontato la presenza di una donna. Trovare sempre il modo di alimentare la relazione, nonostante penso sia piu’ difficile stare insieme che separarsi ormai. Pero’ quando hai una famiglia bisogna trovare il modo per cercare di non separarsi. E’ un discorso molto complicato, pero’ siamo stati bravi in questi anni con mia moglie a non trasformare una situazione gia’ di per se drammatica in qualcosa di disastroso. Siamo comunque tutt’oggi una famiglia. Io ho una figlia con un’altra donna e sto per avere un altro figlio con lei. Nasce adesso, a novembre. Il quinto. 5 figli. Molto rock and roll. (si ride) Va bene, Mick Jagger ne ha 7!

Sei felice?
Certo. Sono molto felice. Siamo comunque uniti, una famiglia unita. Coi miei figli, quando sono a casa, la maggior parte del tempo lo passo a gestire le dinamiche quotidiane con loro. Sono un po’ da me, un po’ dalla mamma. Mi prendo cura dei miei figli in maniera molto attiva proprio perchè passo dei periodi che non ci sto mai a casa. Quando ci sto lo faccio in maniera piena, faccio papa’ e mamma insieme.

 Hai sempre nuovi sogni?
Certo. Fare musica quando sarò grande.

 

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